Il 26 maggio 2004 venne ufficialmente posto sotto indagine l’ingegnere Elvo Zornitta, con le forze dell’ordine che perquisirono la sua abitazione. Il suo nome era stato suggerito da un’altra delle persone indagate. Gli elementi contro Zornitta parvero di numero enorme (17) rispetto a quelli a carico degli altri sospetti. I principali indizi erano rappresentati dalle elevate competenze tecniche relative al mondo degli esplosivi (che Zornitta stesso ammise), dall’area dei suoi spostamenti lavorativi, corrispondente a quella degli attentati, e dal rinvenimento di oggetti compatibili con quelli usati dall’attentatore, compresi alcuni petardi privi della polvere pirica. Si sospettò anche che Zornitta avesse una lieve menomazione, una caratteristica spesso presa in considerazione nel profilo ipotetico di Unabomber, sospetto per altro mai verificato.
Questo complesso indiziario non fu però sufficiente: il sospettato fu strettamente sorvegliato, anche in casa, per due anni, durante i quali Unabomber colpì regolarmente, e in occasione di ogni attentato risultò sempre avere degli alibi solidi, confermati dagli inquirenti. Vittorio Borraccetti, all’epoca dei fatti procuratore capo della procura di Venezia, confermò nel 2011 che per almeno due degli attentati compiuti da Unabomber c’era l’assoluta certezza del non coinvolgimento di Zornitta. Nonostante ciò le indagini continuarono in quella direzione. Si ipotizzò la presenza di un’altra persona dedita a collocare gli ordigni per suo conto; sospetti caddero anche sulla moglie, oltre che sul fratello per il periodo anteriore al manifestarsi di una grave malattia. Per questi motivi furono sottoposti all’esame del DNA, oltre a Zornitta, anche i suoi parenti e amici, conoscenti e colleghi, al fine di incrociare i risultati con i dati a disposizione degli inquirenti. I test diedero tutti esito negativo.
Il 10 ottobre 2006 parve che gli inquirenti avessero trovato una prova schiacciante contro Zornitta: la compatibilità tra le lame di un paio di forbici sequestrate all’ingegnere e i tagli sul lamierino dell’ordigno rinvenuto nella chiesa di Sant’Agnese a Portogruaro. Sulle forbici fu svolto un incidente probatorio che, tramite il metodo dei toolmarks, sembrò confermare in pieno la diagnosi. La scoperta convinse, al momento, i magistrati e i media.
Il 16 gennaio 2007 l’avvocato Maurizio Paniz, davanti al GIP Enzo Truncellitto, ribaltò il risultato della perizia, ipotizzando che una piccola striscia del lamierino fosse stata tagliata con le stesse forbici dopo il sequestro.
Nel 2010 alcuni giornali ipotizzarono una riapertura del caso Zornitta in seguito alla pubblicazione di un video nel quale si vedeva l’ingegnere intento a strofinare un paio di forbici con un oggetto. Il gesto fu interpretato come una limatura e le forbici, a detta degli inquirenti, sarebbero state identificate con un paio che sarebbe stato sottratto ai carabinieri nel corso di una perquisizione, successiva a tutti gli attentati: l’azione, compiuta dopo aver appreso la notizia della compatibilità tra le forbici e il lamierino, parve in sintesi un’ammissione di responsabilità. Secondo l’avvocato Paniz, tuttavia, il video, girato durante il periodo di sorveglianza dell’uomo, era già agli atti con il resto del materiale esaminato, l’atto era stato eseguito mesi dopo il sequestro delle ormai famose forbici e nessuna prova della sottrazione di queste forbici a tale sequestro era mai stata dimostrata: poteva quindi consistere in una semplice manutenzione dei pochi oggetti ancora in mano all’ingegnere.
A seguito dell’archiviazione, Elvo Zornitta si trova processualmente nella stessa situazione di qualsiasi altro cittadino: nei suoi confronti un processo per i reati di Unabomber non è precluso, ma al contempo non c’è alcuna ragione di eseguirlo, in quanto tecnicamente la sua innocenza non è mai stata messa in dubbio dalla formalizzazione di un’accusa. Zornitta ha lamentato seri danni personali e patrimoniali, tra cui la perdita del lavoro, a causa delle indagini a suo carico e delle continue dichiarazioni fatte dagli organi inquirenti e dalla stampa a suo carico, e si è costituito parte civile nel processo, chiedendo un ingente risarcimento. Nell’ottobre 2022 Zornitta ha ricevuto un risarcimento dallo Stato pari a € 300.000. Sia l’avvocatura dello Stato che quella di parte civile hanno impugnato la decisione sul quantum del risarcimento, dando avvio a gennaio 2026 a un nuovo procedimento presso il Tribunale di Venezia.
Nel settembre 2025 Zornitta viene definitivamente scagionato dalla prova del DNA, in quanto su nessuno dei reperti è stata rilevata la presenza di materiale genetico a lui riconducibile.
Un po’ come far passare qualcuno come narcotrafficante, via…


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