Di Cesare Giuzzi
Mai un’intervista, nessuna apparizione nei salotti tv: il procuratore di Pavia ha vissuto questi due anni in un «ritiro monastico». Il fango sulla sua vita privata e le critiche alla scelta di affidare le indagini ai carabinieri della squadra omicidi di Milano.
C’è stato perfino chi, in questi mesi, ha cercato di accreditarsi come «segretario del dottor Napoleone» con youtuber e opinionisti. Un falso funzionario della procura di Pavia che prometteva indiscrezioni e scoop direttamente dalla poltrona più alta del palazzo di giustizia. Un truffatore che per mesi è riuscito comunque a ingannare, condizionare, inquinare, o semplicemente a portare a spasso, cacciatori di esclusive e svolte clamorose del caso Garlasco. O ancora c’è stato chi, pure tra i giornalisti, ha millantato canali riservatissimi o frequentazioni dirette con il procuratore più «ricercato» d’Italia, che ha appena firmato la richiesta di processo per Andrea Sempio, con l’accusa dell’omicidio volontario di Chiara Poggi, con le aggravanti della crudeltà e dei motivi abietti. L’amara verità però è sempre stata una soltanto: nessun giornalista, nessun opinionista, nessuna troupe televisiva è mai riuscita nell’impresa. Il dottor Fabio Napoleone – la cui immagine è rimasta affidata finora soltanto a vecchie fotografie – ha vissuto questi quasi due anni in un ritiro monastico, in una trincea profondissima, in una bolla di cemento armato lasciando completamente lontani da sé giornalisti, scoop, salotti televisivi.
E perfino gli attacchi feroci arrivati da influencer, ex giornalisti, o conduttori tv. Come le accuse dell’avvocato dell’allora indagato Mario Venditti che ha definito la sua procura «al servizio di un condannato». In sua difesa, davanti ad attacchi personali e professionali, non s’è mai alzata pubblicamente nessuna voce. Neppure la sempre attenta Associazione nazionale magistrati ha fiatato.
Lui, abruzzese di Ortona (Chieti), che a giugno compirà 70 anni, e quindi a un passo dalla pensione, ha affrontato il più mediatico dei casi mediatici, immobile di fronte al patibolo con la convinzione di chi alla fine avrebbe piegato la corsa dei proiettili protetto dalla propria verità. Mai una parola, mai un’intervista, soltanto pochi e sempre misurati comunicati stampa. Ha parlato con la sua firma sotto quelle poche righe quando era necessario, se non indispensabile, farlo. Sempre troppo poco però tanto che il vuoto comunicativo è finito per essere riempito da piste sataniche e dibattiti sulle gemelle K.
Il procuratore Napoleone nell’era della comunicazione h24 ha scelto una direzione ostinata e contraria. Come un eremita ha saputo proteggere la sua squadra (l’aggiunto Stefano Civardi, le pm Valentina De Stefano e Giuliana Rizza) catalizzando su di sé colpe e accuse d’ogni tipo. Come quando in tv o sui social iniziarono a scavare nella sua vita personale, nel suicidio della ex moglie, in cerca di una macchia che potesse indebolirne l’immagine.
Chi in questi mesi gli è stato al fianco nella più delicata indagine della sua carriera (non la più importante, ma la più delicata sì) ha sempre ripetuto una sola frase: «Il dottor Napoleone è il più lucido, anche nei momenti meno facili. È come se tutto, nella sua testa, abbia posto in una strategia definita e precisa».
Ogni azione, ogni mossa, calcolata ragionando già su quella successiva. Una strategia così caustica a volte da apparire incomprensibile. Napoleone ha sempre avuto chiaro il doppio binario: il colpevole certo e quello presunto. L’indagato e il condannato. Uno che escludeva l’altro. La nuova indagine e la revisione.
Ha indagato (seppure attraverso l’invio a Brescia per competenza) sull’ex collega, e per breve tempo sottoposto, Venditti. Ma anche sulla squadretta di pg della procura, quelli che sarebbero dovuti essere i suoi uomini. Si è affidato, altro argomento di critiche, ai carabinieri della omicidi di Milano, cento per cento di delitti risolti negli ultimi 18 anni, uscendo dalla sfera pavese. Pure loro, gli investigatori dell’arma e i loro comandanti, accusati in diretta tv di essere «la polizia giudiziaria degli avvocati di Stasi».
Napoleone ha scelto con cura i suoi collaboratori, sapendo di trovarsi in un palazzo dove anche i muri avevano occhi e orecchie. Ha chiuso le porte del suo ufficio al mondo, si è isolato dalle televisioni e dai dibattiti. Le ha aperte una sola volta, quando a maggio di un anno fa ha deciso di sentire personalmente Alberto Stasi, il condannato. Lo ha ricevuto nel suo ufficio, gli ha mostrato per la prima volta una giustizia opposta a quella che lo aveva braccato in cinque processi. Lo ha fatto sapendo che, qualora le cose fossero andate diversamente dalle sue convinzioni, quella cortesia all’assassino sarebbe stata un conto altissimo da pagare. Un rischio enorme davanti ad un’indagine ancora non definita e comunque per forza di cose indiziaria.
«Noi siamo convinti che non sia stato lei a uccidere Chiara Poggi». Parole che nessun magistrato aveva mai pronunciato davanti al «biondino dagli occhi di ghiaccio». Un azzardo, un salto senza paracadute a pochi mesi dalla pensione. Il perché lo ha spiegato direttamente l’aggiunto Stefano Civardi nella sua nota riepilogativa di maggio che racchiude tutte le accuse contro Andrea Sempio: «Il pm è consapevole del valore della certezza e stabilità del giudicato, fondamentale per ogni ordinamento, ma è altrettanto consapevole dell’esigenza di altissimo valore etico e sociale, di assicurare, senza limiti di tempo ed anche quando la pena sia stata espiata o sia estinta, la tutela dell’innocente».


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