C’era una volta la corporazione dei tessitori di preferenze, un selezionato ristretto di giganti da trattoria convinti che i destini dell’Oltrepò e le sorti del consiglio dipendessero dall’ampiezza delle proprie strette di mano e dalla stazza della propria presenza scenica. Il suo passatempo preferito era presidiare ogni fiera di paese, distribuire promesse di aiuti e incarichi tra un bicchiere di Bonarda e un piatto di salame, e guardare gli alleati di coalizione con il sorriso sornione di chi crede di avere la provincia saldamente incatenata al proprio stivale.
Poi, inevitabile come la scadenza dei termini per la presentazione delle liste, è arrivata la dura legge del conteggio:
L’incastro nella sedia: Il problema di chi occupa lo spazio politico puntando tutto sul peso specifico è che la scena, prima o poi, si rimpicciolisce. La svolta non avviene con un drammatico comizio di protesta, ma con il sobrio e gelido scricchiolio del legno quando si accorge che il posto d’onore al tavolo della presidenza è stato riassegnato a un candidato più giovane e allineato.
La sindrome della sagra deserta: Una volta scoperto che gli inviti agli eventi ufficiali iniziano a perdersi nelle poste centrali, il fenomeno sociologico più affascinante è la reazione. L’ex uomo forte si presenta comunque al taglio del nastro in veste “informale”, si piazza strategicamente vicino al buffet e spiega ai passanti che “in realtà preferisce stare in mezzo alla gente vera, lontano dai giochi di palazzo”.
L’arte di spiegare il ridimensionamento: Vedere il proprio feudo elettorale recintato da nuove correnti di partito ha un effetto devastante sul prestigio personale. Improvvisamente, l’essere stato messo in disparte viene spacciato per un’ardita “scelta di tutoraggio strategico dall’esterno”, per lasciar sbagliare i novelli arrivati.
Morale della favola: chi basa la propria carriera sulla quantità di spazio occupato nelle foto di gruppo prima o poi scopre che basta un grandangolo più stretto per finire fuori dall’inquadratura.



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