C’era una volta la casta dei teorici del buon governo, un selezionato cenacolo di strateghi da biblioteca e palcoscenico convinti che per amministrare una città bastassero una laurea, qualche citazione colta al momento giusto e un piano strategico stampato su carta patinata. Il loro passatempo preferito era tracciare mappe di rigenerazione urbana durante gli aperitivi, distribuire pagelle di modernità ai predecessori e guardare i vicoli della provincia con il sorriso benevolo di chi crede di portarvi finalmente la luce della civiltà.
Poi, inevitabile come la buca sul corso dopo la prima pioggia autunno-invernale, è arrivata la dura legge del cantiere:
Il buco nell’asfalto: Il problema di chi pensa la città attraverso slide ed entusiasmanti programmi elettorali è che le tombature non leggono i saggi di urbanistica. La svolta non avviene con un grande dibattito in aula, ma con il sobrio e gelido “trac” del braccio della sospensione che cede sulla prima buca non rattoppata della circonvallazione.
La sindrome della delibera fantasma: Una volta scoperto che la macchina burocratica muove i suoi passi con la velocità di un bradipo in ferie, si manifesta la reazione classica. Il primo cittadino spiega ai residenti inferociti per la spazzatura che “in realtà l’inghippo è da attribuire a un cavillo procedurale ereditato dal passato”, mentre prova a capire quale ufficio abbia perso il faldone.
L’arte di giustificare il ritardo: Vedere le grandi opere promesse ridotte al rifacimento di due strisce pedonali ha un effetto devastante sulla narrazione del cambiamento. Improvvisamente, il cantiere bloccato da sei mesi viene spacciato per un’ardita “fase di sperimentazione partecipata e analisi dell’impatto ambientale”.
Morale della favola: chi basa la propria forza sulle teorie e sui manifesti prima o poi scopre che i cittadini, prima ancora del futuro illuminato, pretendono semplicemente che la spazzatura venga raccolta in orario.



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