C’era una volta la casta dei baroni dell’Ateneo, un ristretto circolo di monarchi illuminati convinti che i destini del pianeta, l’innovazione scientifica e la vita economica della città dipendessero unicamente dalle proprie toghe di ermellino e dalle cerimonie in Aula Aula Magna. Il loro passatempo preferito era tracciare mappe di alleanze accademiche tra una lectio magistralis e un taglio del nastro nei nuovi dipartimenti, distribuire benevolenza ai presidi di facoltà e guardare il comune e la provincia con il distacco di chi considera il resto della città un semplice borgo cresciuto attorno ai propri cortili.
Poi, inevitabile come l’ennesimo taglio ai fondi per la ricerca, è arrivata la dura legge della burocrazia universitaria:
L’inghippo del concorso: Il problema di chi passa la vita a sentirsi una divinità sopraelevata rispetto ai comuni mortali è che prima o poi arriva un ricorso al TAR firmato da un ricercatore escluso. La svolta non avviene con uno scisma accademico, ma con il sobrio e gelido “notificato in segreteria” che blocca le nomine della commissione e trasforma la strategia del Rettorato in un groviglio di carte bollate.
La sindrome del cortile vuoto: Una volta scoperto che gli studenti preferiscono fare le proteste per il caro-affitti sotto la finestra del Comune piuttosto che ascoltare le solenni allocuzioni d’inizio anno accademico, si manifesta la reazione classica. Il Magnifico aggiusta la feluca, osserva la piazza semideserta e spiega al Consiglio di Amministrazione che “in realtà manca una visione prospettica nell’interlocuzione con le nuove generazioni”.
L’arte di spiegare il finanziamento perduto: Vedere sfumare un fondo PNRR per un cavillo sulla rendicontazione delle spese del Dipartimento di Fisica ha un effetto devastante sul prestigio della cattedra. Improvvisamente, la perdita dei milioni europei viene spacciata per una “scelta etica di sostenibilità e prudenza gestionale, per non appesantire la struttura”.
Morale della favola: chi basa la propria grandezza sulle volte affrescate e sulla lunghezza della processione accademica prima o poi scopre che, al di fuori dei cortili sforzeschi, anche i Magnifici devono fare i conti con i cantieri che non finiscono e le fatture da pagare.



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