C’era una volta l’intellighenzia del passeggio, un selezionato circolo di pensatori da passeggiata convinti che le grandi sorti della città venissero decise lungo le campate di un viale. Il loro esercizio preferito era tracciare linee d’influenza nell’aria con il bastone o le mani in tasca, distribuire giudizi inappellabili sulle amministrazioni altrui e guardare i passanti con lo sguardo profondo di chi sta trasportando segreti di Stato tra un bar e l’edicola.
Poi, inevitabile come la nebbia a novembre, è arrivata la dura realtà del traffico serale:
Il tacco nel pavé: Il problema di chi cammina con la testa perennemente rivolta alle alte sfere è che dimentica la consistenza del suolo. La svolta tragica non avviene con un dibattito politico, ma con l’incastro improvviso di un tacco tra due pietre sconnesse, che trasforma la falcata trionfale in un sobrio recupero di equilibrio a mezz’aria.
La sindrome della vetrina chiusa: Una volta scoperto che il pubblico della sera è distratto dai saldi o dalla fretta di tornare a casa, si manifesta la reazione classica. Il visionario si ferma davanti a un negozio buio, finge di valutare criticamente un manichino e inizia a spiegare all’accompagnatore che “in realtà questa strada ha perso il suo smalto originario per mancanza di una visione”.
L’arte di giustificare il percorso: Sbagliare traversa o finire dritti in una pozzanghera ha un effetto devastante sul prestigio della guida. Improvvisamente, la deviazione imprevista verso la stazione diventa una “scelta esplorativa di posizionamento urbano”, intesa a studiare le dinamiche sociologiche della periferia.
Morale della favola: chi basa la propria statura sulla lunghezza del viale prima o poi scopre che, al primo semaforo rosso, tutti i grandi strateghi devono comunque aspettare il verde insieme agli altri.



Leave a Reply