C’era una volta la casta dei sommelier improvvisati, un selezionato ristretto di teorici del calice convinti che il destino delle serate cittadine e la qualità della vita dipendessero esclusivamente dalla propria presenza a un tavolo. Il loro passatempo preferito era distribuire voti inappellabili alle annate, tracciare mappe di preferenze enologiche su tovaglioli stropicciati e guardare gli altri awentori dall’alto in basso con il sorriso di chi crede di avere in mano il monopolio del buon gusto.
Poi, inevitabile come il conto a fine serata, è arrivata la dura legge della realtà:
Lo scontrino volante: Il problema di chi passa la vita a credersi il patron morale del locale è che dimentica l’esistenza della cassa. La svolta non avviene con un solenne brindisi, ma con il sobrio e gelido fruscio del foglietto di carta che si posa al centro del tavolo, ricordando a tutti che le grandi teorie non estinguono i debiti.
La sindrome del tavolo prenotato: Una volta scoperti a vagare in cerca di un posto libero nel weekend, il fenomeno sociologico più affascinante è la reazione. Il filosofo da bancone osserva il cartello “Riservato”, sposta la sedia di un millimetro e spiega con sussiego ai presenti che “in realtà quel tavolo in fondo è troppo vicino alla porta e prende troppi spifferi”.
L’arte di spiegare il retrobottega: Restare a bocca asciutta o finire ad aspettare fuori al freddo ha un effetto devastante sull’autorevolezza. Improvvisamente, l’aver cambiato locale all’ultimo minuto viene spacciato per una “ricerca Tattica di un’atmosfera più intima e autentica”, lontano dalle masse.
Morale della favola: chi basa la propria reputazione sulla profondità del calice prima o poi scopre che, quando chiude la cucina, anche i grandissimi esperti devono comunque trovarsi una giacca e tornare a casa.



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